Il visibile come soglia di un invisibile presente ma mai completamente afferrabile
Nel 1908 il matematico tedesco Hermann Minkowski conia il termine cronotopo per descrivere uno spazio a quattro dimensioni. Lo stesso viene ripreso un trentennio dopo dal filosofo M. M. Bachtin per indicare l’unità di spazio e tempo nell’ambito di una narrazione: l’etimologia va da sé, “crono” è il tempo, “topos” il luogo. Si tratta dei due elementi principali che rendono possibile una narrazione, tra loro fusi formano infatti senso e concretezza: il tempo, denso e compatto, diventa artisticamente visibile e lo spazio, così intensificato, si inserisce nel movimento del tempo e della storia.
Ma la mostra Pastorale di Ivan Terranova rifiuta la linearità del racconto per muoversi in dimensioni più fragili, nascoste, che rivelano e celano segreti. Già il titolo introduce un primo, significativo cortocircuito. “Pastorale” rimanda a opere che idealizzano la vita di campagna, alle tradizioni bucoliche e arcadiche che costruiscono un’immagine armonica, sospesa e quasi senza
tempo del mondo rurale. In Terranova, tuttavia, questa eredità viene attraversata e incrinata: se da un lato permane una forma di idealizzazione, data dalla spersonalizzazione del luogo, privo di coordinate geografiche e temporali definite, dall’altro si attiva un controsenso. In questo paesaggio apparentemente astratto e archetipico non si celebra alcuna quiete idilliaca, ma si rincorre una
presenza inquieta, una bestia che destabilizza ogni possibilità di equilibrio.
Attraverso l’ascolto di leggende minori, l’esplorazione notturna di una valle, il confronto diretto con un ambiente montano vissuto nella sua dimensione più oscura e marginale, ciò che interessa all’artista è infatti la possibilità di attivare uno spazio liminale in cui il paesaggio si carica di risonanze interiori. Ora territorio psichico, poi specchio che riflette inquietudini, paure e desideri, e in cui il visibile diventa soglia di un invisibile presente ma mai completamente afferrabile. Ed è qui, all’interno di questa soglia, che si insinua la figura della “bestia”: un’entità che prende forma dai racconti alpini ma nella costruzione dell’artista perde ogni connotazione folklorica per assumere una valenza profondamente esistenziale. È una presenza interna che accompagna e destabilizza, attira e allontana insieme.
La sequenza di fotografie in bianco e nero, tra frammenti di bosco, dettagli isolati, tracce indecifrabili (quasi lunari), dissemina indizi. E il suono dei passi e della torcia che si accende nel buio, introduce una temporalità immersiva, quasi performativa, in cui si è chiamati a condividere lo stesso stato di allerta e di attesa che ha guidato l’artista. Nulla viene mostrato, ma suggerito; nulla
rivelato, ma lasciato in sospeso. Questo slittamento continuo tra ciò che appare e ciò che si sottrae trova un punto di rottura (forse un altro cortocircuito nel sistema narrativo di Terranova?) nella selezione di fotografie presentata a colori.
L’artista dunque si abbandona all’incertezza, accettando l’inquietudine di quella presenza come parte stessa del processo conoscitivo. Non pretende di dominarla, né di addomesticarla, ma ci cammina accanto, tra realtà e costruzione, tra esperienza vissuta e rielaborazione simbolica. La valle attraversata dall’artista non è mai soltanto un luogo: è uno stato mentale, uno spazio in cui si manifesta la necessità, e il rischio, di confrontarsi con ciò che eccede il controllo. In questo senso, Pastorale si inserisce in una riflessione più ampia sul ruolo dell’arte oggi. L’urgenza di Terranova è il tentativo di costruire immagini e situazioni che non risolvono, ma accompagnano. Che non spiegano, ma aprono alla possibilità. Spazi in cui si è chiamati a prendere parte all’attraversamento che, come ogni leggenda, continua a trasformarsi nel momento stesso in cui viene ascoltata.
Caterina Angelucci