Il mito di Apollo e Dafne, nella versione narrata da Ovidio nelle Metamorfosi, costituisce il nucleo di una ricerca sul “campo”, inteso come unità di corpo- spazio e tempo, nel momento della sua trasformazione.
Dafne, inseguita da Apollo, sfugge alla possibilità di essere posseduta attraverso una metamorfosi radicale: la carne si irrigidisce, le membra si trasformano, la pelle diventa corteccia e il suo corpo assume la forma dell’albero di alloro.
È proprio questo passaggio, più che la narrazione del mito, a interessare la mia ricerca: l’istante in cui l’anatomia perde la propria certezza. Il corpo non è più una struttura sta- bile, ma una materia attraversata da forze che ne modificano continuamente la forma. Muscoli, ossa, nervi, fibre e articolazioni possono allora essere letti come elementi di una morfologia comune alla figura umana e a quella vegetale.
Nelle opere la figura viene progressivamente frammentata e sottratta alla sua riconoscibilità. Il corpo di Dafne diventa un territorio di confine, nel quale la sua struttura umana si apre alla ramificazione, la carne alla corteccia, il nervo alla fibra, il movimento alla crescita. La pittura non rappresenta dunque la metamorfosi, ma cerca di farla accadere dentro la forma stessa.
Apollo rimane sullo sfondo come la forza del desiderio, dello sguardo e della conquista; Dafne, invece, introduce una diversa possibilità del corpo: sottrarsi alla forma imposta trasformandosi in altro. La metamorfosi diventa così non soltanto una fuga, ma un atto di resistenza attraverso il quale il corpo modifica la propria natura e il proprio destino. In questa prospettiva, l’anatomia non è più uno strumento per ricostruire fedelmente il corpo umano, ma un dispositivo per metterne in crisi i confini.
Il corpo può diventare albero, materia, paesaggio, suono: può perdere la propria forma e, proprio attraverso questa perdita, trovare una nuova possibilità di esistenza.
Il mito di Apollo e Dafne costituisce il nucleo di una ricerca sul corpo nel momento della sua trasformazione, ma nella mia ricerca Dafne non è soltanto la ninfa raccontata da Ovidio. Dafne è la pittura stessa.
Come la ninfa inseguita da Apollo, la pittura sembra trovarsi davanti a una scelta radicale: conservare la propria capacità seduttiva e lasciarsi catturare, oppure perdere la figura, i canoni e le maniere per salvarsi. La fuga di Dafne diventa così una metafora della fuga della pittura dall’obbligo della seduzione, dalla sua tradizionale capacità di compiacere lo sguardo attraverso la bellezza, l’armonia e la riconoscibilità.
Dafne chiede di essere trasformata, di essere sfigurata, piuttosto che diventare preda del furore di chi la insegue. Allo stesso modo, la pittura può scegliere di abbandonare pro- gressivamente la figura (organica o astratta), di disarticolarla, deformarla, frammentarla, fino a sottrarsi alla presa dello sguardo. La perdita della figura non coincide allora con una perdita, ma con una possibilità di salvezza.
L’anatomia diventa il luogo privilegiato di questo processo. Il corpo viene studiato per essere progressivamente disgregato: muscoli, ossa, nervi, fibre e superfici cessano di co- struire una figura riconoscibile e cominciano a generare una materia autonoma. Cosi come lo spazio e anche l’idea di tempo subiscono questa rivoluzione simbolica, oggi resa ancora più necessaria visto le possibilità che si aprono con la ricerca anche nel campo scientifico, in particolare della fisica: il passaggio dalla carne alla corteccia, dal muscolo alla fibra, dall’osso al ramo non è soltanto una metamorfosi iconografica. È una metamorfosi della pittura stessa e del pensiero contemporaneo.
Per la fisica classica, possiamo immaginare lo spazio come un contenitore nel quale si muovono dei corpi. Con Louis de Broglie questa immagine comincia a vacillare.
La sua intuizione fondamentale, formulata nel 1924, è che a ogni particella materiale è associata un’onda.
Questo significa che una particella non può essere pensata semplicemente come un punto che attraversa lo spazio: il suo comportamento implica una struttura ondulatoria estesa nello spazio.
Un elettrone, per esempio, non è semplicemente una piccola “cosa” che occupa una posizione precisa. È associato a una onda di fase, e il suo movimento può essere descritto attraverso questa struttura ondulatoria.
De Broglie parla di una sorta di “onda pilota”: la particella e l’onda non sono due realtà completamente separate, ma partecipano allo stesso fenomeno.
La conseguenza filosofica è enorme:
la materia non è più soltanto forma; è anche propagazione, oscillazione, relazione.
Quindi l’oggetto fisico può essere pensato come una relazione dinamica tra spazio, tempo e oscillazione.
Questo diventa ancora più evidente nella sua teoria della “doppia soluzione” degli anni Cinquanta.
De Broglie immagina che dietro la funzione d’onda quantistica possa esistere una struttura fisica più profonda, una sorta di onda reale, non soltanto un artificio matematico. È una concezione molto diversa dall’interpretazione puramente probabilistica della meccanica quantistica.
Dunque il corpo tende progressivamente a perdere il proprio statuto di figura delimitata. Diventa materia, fibra, ramificazione, tensione, campo.
De Broglie offre quasi una possibilità teorica per pensare questo passaggio: la forma non è necessariamente un oggetto fermo nello spazio; può essere una configurazione tem- poranea di un campo di relazioni.
Potremmo quindi passare da:
corpo → figura → superficie corpo → onda → campo → trasformazione.
Dafne, infatti, non passa semplicemente da una forma a un’altra. Durante la metamorfosi, ciò che chiamiamo “corpo” perde progressivamente i propri confini. La forma umana diventa vegetale senza che sia possibile indicare un istante preciso nel quale una finisce e l’altra comincia.
In conclusione potremmo dire che la forma è un evento, non una cosa.
Per me dunque la fulgore è esattamente questo: La forma non è un oggetto stabile, ma un evento temporaneo della materia.
Apollo rappresenta allora qualcosa di più della figura del desiderio: è la forza dello sguardo che vuole appropriarsi dell’immagine, riconoscerla, possederla attraverso la sua bellezza. Dafne risponde sottraendosi. La pittura si salva proprio nel momento in cui smette di voler essere seducente.
Il ciclo diventa così una riflessione sulla possibilità di una pittura che rinunci alla propria funzione seduttiva per conquistare una diversa forma di libertà: non più la bellezza come promessa di piacere allo sguardo, ma la trasformazione come gesto di resistenza.
La metamorfosi di Dafne è quindi anche la metamorfosi della pittura: per non essere posseduta, la figura deve perdersi; per continuare a esistere, deve diventare altro.